giovedì 28 luglio 2016

Il signore delle mosche e l'arte della sopraffazione nello spirito umano

Con il "Il signore delle mosche", William Golding esterna il suo "manifesto per l'umanità". Sopraffazione dell'altro e assenza di ragione le caratteristiche della società pensata dallo scrittore inglese
 
William Golding
Con l'espressione "Homo homini lupus" il filosofo inglese Thomas Hobbes tendeva ad evidenziare quanto la natura umana fosse fondamentalmente egoista e le azioni dell'uomo fossero soltanto determinate dall'istinto di sopravvivenza e da quello di sopraffazione.
Proprio questo concetto viene esternato nell'opera prima dello scrittore William Golding "Il signore delle mosche", dove l'autore si spinge ben oltre l' "umana immaginazione" attraverso il coinvolgimento di figure associate, di solito, a quanto di buono sia rimasto al mondo: i bambini.
Nel suo romanzo, lo scrittore inglese premio nobel nel 1983, immagina un incidente aereo che, però, permette il salvataggio solamente dei bambini.
Travolti dalle tipiche paure, quali il buio, la solitudine e la lontananza dai genitori, e "spaesati" (almeno inizialmente) dalla nuova realtà, gli "infanti" decidono ben presto che è ora di organizzarsi ed affrontano la situazione creatasi.
Il signore delle mosche
Dopo un'iniziale tranquillità, in cui la divisione del lavora iniziava a dare i propri frutti, qualcosa si "rompe" e le rivalità fra gli schieramenti (quello dei cacciatori e quello dei "comunitari") peggiora di giorno in giorno.
In quel preciso istante le vicende Ralph, Jack, Piggy e tutti i "bambini dispersi" si intrecciano tra di loro in un turbine di violenza e continua sopraffazione dei propri simili.
Il romanzo di Golding rappresenta, senza dubbio, una visione pessimistica del mondo in cui l'uomo
tende a prevalere sul suo simile, facendo venir meno i principi della ragione.
Il titolo del romanzo, che allude al male, fa riferimento alla testa mozzata di un maiale circondata da mosche a cui Simon, figura particolare (quasi spirituale) nel romanzo, attribuisce l'appellativo di "Signore delle mosche".
Nell'esternare questo concetto, l'autore utilizza le "candide figure" dei bambini che permettono di raggiungere pienamente l'obiettivo attraverso la contrapposizione "ingenuità della fanciullezza"/ "crudezza della realtà".
Inserito nella "speciale" classifica dei 100 libri da leggere nella vita, si presta bene ad una piacevole lettura.

Alessandro Falanga

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Bukowski e la sua storia pulp del XX secolo

Cell. Lo scenario post-apocalittico di Stephen King

 



venerdì 3 giugno 2016

Bukowski e la sua storia pulp del XX secolo

"Pulp, una storia del XX secolo", ultimo romanzo di Bukoswki, si presenta come una vera e propria critica alla società moderna. Fra scenari assurdi e personaggi grotteschi, viene narrata la strana vita del "detective più dritto di Los Angeles"

Charles Bukowski
Chi avrebbe il coraggio di leggere un libro "Dedicato alla cattiva scrittura"?
Propio in questo modo Charles Bukowski apre il suo "Pulp, una storia del XX secolo", ultimo romanzo dello scrittore pubblicato, nel 1994, dopo la sua morte.
Nato con l'intento di fare il "verso" ad Humphrey Bogart in Casablanca, il romanzo narra le peripezie di Nick Belene.
Detective privato ("Il più dritto di Los Angeles" , come spesso ripete durante la narrazione), appesantito e ormai alla deriva, e scommettitore incallito, Belene si presenta come una figura del tutto particolare all'interno della vicenda.
Giocando attraverso lo stereotipo del detecive in impermeabile e totalmente privo di ogni sentimento, Bukowski riesce a cotruire una figura enigmatica che solamente grazie alle sue "stranezze" riuscirà ad affrontare tutte le situazioni.
Pulp. Una storia del XX secolo
Giunto alla "mezza età" in condizioni non proprio splendide si ritrova a dover fare i conti con i casi "più strani" al mondo a causa anche dei suoi diversi problemi finanziari che da sempre lo tormentano.
Si ritroverà, quindi, a fronteggiare "streghe" affascinanti e pericolose, impresari delle pompe funebri gelosi e addirittura alieni dall'aspetto intrigante.
Il tutto si troverà, chiaramente, ben condito con situazioni al limite del surreale che porteranno, man mano, Belane a districarsi nel "caotico" mondo della Los Angeles del XX secolo.
Romanzo tipico del genere (di cui Bukowski è uno dei maggiori esponenti), si caratterizza per la centralizzazione del personaggio (con le relative sfumature tipiche del protagonista) e per le situazioni e gli ambienti che riescono a "disegnare" la vita all'interno della storia (particolari sono le scene nei bar frequentati da Belane, che puntualmente litiga con il proprietario, dove il detective incrocia personaggi a dir poco bizzarri).
Singolare critica alla società odierna, dominata dalla violenza e dal denaro, racchiude al suo interno  tutte le possibili situazioni di una realtà in declino accompagnate da "passaggi" comici in cui non è possibile non farsi una risata (spesso, però, amara).
Scorrevole e divertente, si presta ottimamente alla lettura anche fra i lettori occasionali del genere.




Alessandro Falanga

sabato 14 maggio 2016

Cell. Lo scenario post-apocalittico di Stephen King

Può un impulso del telefono far regredire la gente?Cell, l'omaggio del re dell'horror a Matheson e Romero

Stephen King
Nella vita di tutti i giorni, uno degli strumenti  di maggiore uso (e consumo) è sicuramente il telefono cellulare.
Questo oggetto, tanto amato e tanto odiato dalla società, potrebbe trasformarsi in un'arma contro gli umani?
E' questo la domanda che si pone il "re dell'horror", Stephen King, nel suo romanzo Cell, capolavoro "contemporaneo" dello scrittore di Portland datato 2006.
La realtà che King presenta è quella di Boston in una tranquilla giornata di ottobre dove Clayton Riddel, fumettista dalla poca fortuna, è in procinto di affrontare uno dei colloqui più importanti della sua vita.
Il tranquillo "tram tram" quotidiano, però, viene sconvolto da un insolito avvenimento: tutti coloro che in quel momento stanno usando un telefono cellurare improvvisamente impazziscono e il loro cervello regredisce ad uno stadio primitivo.
Clayton ben presto capisce che un particolare impulso, trasmesso tramite le onde dei telefoni, ha trasformato la gente in zombi dalle capacità mentali azzerate.
Focalizzata la tragica situazione, il pensiero del protagonista diventa uno solo: il salvataggio della propria famiglia, la moglie Sharon ed il figlioletto Johnny, nel lontano Maine.
Con l'aiuto dei "compagni di sventura" Tom, un "bostoniano" single e amante dei gatti, Alice, una ragazza di quindici anni che ha visto impazzire la madre per l'impulso, e  Jordan, un ragazzino dodicenne, tenta l'impresa di tornare a casa e mettere in salvo tutti.
Il viaggio verso il Maine, però, si mostra più complicato del previsto e i quattro fanno anche una
Cell
sconvolgente scoperta: gli zombie, che si rivelano creature con poteri psichici, si stanno organizzando e radunando presso una località specifica, celebre per la totale assenza di segnale telefonico.
La lunga corsa verso la salvezza descritta da King, che si diverte (come suo solito) a "spiazzare" il lettore man mano che la storia va avanti, riesce a cogliere in pieno ben tre obiettivi: il primo è di sicuro l' omaggio, come rivelato dalla dedica presente, sia a Matheson(con Io sono Leggenda) che a Romero (con i suoi Morti Viventi); il secondo è l'immedesimazione del lettore nello scenario della storia (descritto, come sempre, in maniera minuziosa dall'autore); il terzo è il tentativo di riflessione verso l'eccessivo utilizzo degli apparecchi nel mondo attuale (parafransando Einstein "Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti").
Scorrevole da leggere, si rende piacevole soprattutto nella parte delle descrizioni (come detto tipiche di King) dei personaggi, dei luoghi e delle situazioni.
"Quello che Darwin per delicatezza non ha voluto dire, amici miei, è che se siamo diventati i padroni del mondo non è stato perché siamo i più intelligenti o nemmeno i più crudeli, ma perché siamo sempre stati i più pazzi e sanguinari figli di puttana della giungla." (Cell, Stephen King, 2006)

mercoledì 11 maggio 2016

Strane cose, domani. L'appassionante viaggio di Raul Montanari nella Milano dei giorni nostri

Nel suo "Strane cose, domani", Raul Montanari racconta la storia di Danio, psicologo milanese dalla duplice veste di seduttore/padre di famiglia. Fra colpi di scena e il ritorno di un passato sempre in agguato, il romanzo mantiene un buon ritmo che appassiona il lettore sin da subito

Raul Montanari
La vita è segnata da momenti che dettano i ritmi delle nostre scelte e segnano il resto dell'esistenza per sempre.
Se a scandire le ore ed i  minuti  di un uomo è il ritrovamento di un diario in un parco, allora la vita che si sta vivendo è quella di Danio, psicologo milanese dalle mille "sfumature" e alle prese con una fidanzata, una ex moglie ed un figlio ventenne.
Il romanzo, scritto da Raul Montanari, riesce a mescolare al suo interno diversi generi( tra cui il pulp, il noir e in parte anche strascichi  di "kinghiana memoria" con ricordi legati alla sua infanzia) e allo stesso tempo ad usare un linguaggio semplice, lineare e molto scorrevole.
Appassionante sin dalla prima pagina, l'opera di Montanari narra le disavventure di Danio, personaggio diviso fra la sua professione (quella di psicologo appunto) e la figura di padre di famiglia/seduttore.
Le donne sono la sua ossessione e ormai da anni condivide la sua esistenza con Chiara, giovane fidanzata informatica, pur rimanendo ancora legato alla sua ex moglie, l'enigmatica Eliana.
La sua routine viene bruscamente sconvolta dal ritrovamento di un diario in un parco proprio il giorno in cui incontra il figlio ventenne con cui ha un'accesa discussione sul "disastro familiare" che ha accompagnato la sua vita.
Questi due ultimi elementi, uniti alla misteriosa Federica (la ragazza del diario), segneranno i successivi giorni di Danio.
Lo psicologo avventuriero ed eternamente "peter pan" si trasforma improvvisamente, con il Federica ma praticamente con tutte le donne con cui ha a che fare).
Strane cose, domani
susseguirsi degli eventi, in un padre premuroso e la sua fama di "seduttore" viene di volta volta soppiantata da quella di "paladino" del genere femminile che cerca in ogni modo di proteggere (ciò accade non solo con
Parallelamente alla realtà, anche il passato di Danio si ripresenta, con conseguenze inimmaginabili, attraversi la figura di Ric Velardi, investigatore privato che conosce bene il suo "pesante passato" condito da ben due omicidi.
Il passato burrascoso si renderà protagonista di tutte le scelte successive e risulterà fondamentale nelle decisioni dello psicologo fino alla fine.
Storia originale e piena di colpi di scena, si rende apprezzabile per le ottime descrizioni sulla quotidianeità (la musica di Miles Davis sempre presente in casa, le partite di scacchi o i parcheggi introvabili nella caotica Milano) che rendono praticamente "visibile" la scena e per l'incastro tra le diverse situazioni (divise fra passato e futuro) affrontate.


Alessandro Falanga

Il Natale in bianco e nero di Mauro Corona

Il nuovo romanzo di Mauro Corona Favola in bianco e nero evidenzia, attraverso i suoi due bambini Gesù, tutte le virtù ed i vizi degli uomini. Lo scrittore di Erto ancora una volta riesce, attraverso un linguaggio semplice ed un messaggio molto diretto, a descrivere l’ipocrisia dell’uomo attraverso la sua “favola cattiva” di Natale

Mauro Corona
Cosa accadrebbe se la notte di Natale si presentassero, nei presepi di tutto il mondo, non uno ma due bambini Gesù, di cui uno di colore bianco e uno di colore nero? È proprio questa la domanda che si pone lo scrittore, originario di Erto (PN), Mauro Corona (già Premio Bancarella nel 2011 con “La fine del mondo storto“) nel suo nuovo romanzo “Favola in bianco e nero”.
Il romanzo dello scrittore friuliano si presenta come un seguito del precedente “Una lacrima color turchese “ (in cui Corona ipotizza la fuga del bambinello dai presepi data la sua indignazione per un mondo in caduta libera) e pone, come questo, al centro dell’attenzione due temi molto cari alla quotidianetà: l’immigrazione e l’integrazione.
Favola in bianco e nero
Partendo dalla comparsa dei due bambinelli, “Favola in bianco e nero” mette in evidenza tutto il bene, e soprattutto il “male”, presente in maniera intrinseca nell’animo italiano.
La presenza di un Gesù bambino nero, infatti, è la causa scatenante della vera personalità “degli uomini” che, nonostante si mostrino sempre più rispettosi ed accoglienti (almeno in apparenza), tendono a far prevalere quel “razzismo intrinseco” nascosto ai più solo per quieto vivere.
“Non sono razzista, ma…” o “Bisogna rispettare la tradizione…” (con riferimento al Gesù bambino bianco), divenute frasi purtroppo comuni nel linguaggio giornaliero, rappresentano solamente una parte delle affermazioni che caratterizzano gli uomini, in apparenza giusti ma nel profondo avidi e falsi perbenisti.
La vicenda narrata dallo scrittore “sui generis” friulano, però, non si limita ad evidenziare l’ipocrisia natalizia e il falso perbenismo degli italiani ma investe praticamente tutte le catogorie presenti, coinvolgendole attraverso la vera e propria “realizzazione” della scena.
Vescovi, politici, filosofi e perfino Capi di Stato sono protagonisti della vicenda attraverso i dibattiti alla TV (Corona per rendere ancora più realistica la scena immagina dirette sul tema di programmi esistenti quali “Ballarò”, “Di Martedì” ec…) e riunioni fra grandi della terra che stabiliscono le sorti del mondo in un’incontro fra loro.
Pur essendo una “favola cattiva” (come affermato dallo stesso Corona), il romanzo non manca dell’atteso lieto fine, in cui un uomo bianco ed uno nero (identificati dallo scrittore, anche senza mai chiamarli per nome, nel Papa e nel Presidente USA) riescono a trovare il “bandolo della matassa” (garantendo di fatto la pace fra i popoli) e a dimostrare come “un bianco ed un nero possono fare grandi cose insieme”.
“Finché si innalzano muri, si stendono rotoli di filo spianto, si ferma la povera gente con idranti e lacrimogeni, si guarda al colore della pelle, a credi dogmi e fedi, la pace può essere raggiunta ma non dura” (Favola in bianco e nero, Mauro Corona)




Alessandro Falanga
Articolo pubblicato su www.zon.it l' 8/1/2016